Che cos’è davvero la danza contemporanea? Marco De Alteriis in occasione della Giornata Internazionale della Danza

TRES di marco de alteriis - ph vito di leva

Nella Giornata Internazionale della Danza, il 29 Aprile, ho provato una gioia autentica nel vedere la danza protagonista su Rai 1 con Siamo Danza. Portare in prima serata, nel cuore del servizio pubblico, un’arte così esigente e raffinata è un gesto culturale importante: significa riconoscere alla danza un ruolo non marginale, ma centrale nella costruzione dello sguardo collettivo. 

Danzatori straordinari – dalla luminosa Eleonora Abbagnato ai talentuosi Sasha Riva e Simone Repele – insieme a coreografie di grande repertorio, hanno mostrato una qualità che merita di essere condivisa con tutto il Paese.

Eppure, proprio da questa bellezza nasce una domanda che sento urgente: che cos’è davvero la danza contemporanea?

Storicamente, ogni linguaggio artistico nasce come rottura. Il balletto classico codifica un sistema – pensiamo all’Académie Royale e alla formalizzazione del gesto sotto Luigi XIV – mentre il Novecento inaugura una frattura radicale con la cosiddetta danza moderna: Isadora Duncan rifiuta la verticalità e la rigidità accademica, Martha Graham scava nella psicologia del movimento, Merce Cunningham introduce il caso e l’autonomia tra musica e danza. In tutti questi passaggi, la tecnica non è mai neutra: è sempre una visione del mondo incarnata.

La danza contemporanea, dunque, non è semplicemente ciò che viene creato oggi. Filosoficamente, il termine contemporaneo – come suggerisce Giorgio Agamben – non coincide con il presente cronologico, ma con una postura critica rispetto al proprio tempo: essere contemporanei significa saper vedere l’ombra del proprio presente, non solo la sua luce. In questo senso, la contemporaneità è tensione, ricerca, crisi del linguaggio.

E allora: cosa accade quando coreografi definiti contemporanei utilizzano un vocabolario classico? È ancora contemporaneo, o diventa neoclassico?

Figure come Ohad Naharin, Dimitris Papaioannou e Wim Vandekeybus mostrano che la questione non è tanto quale tecnica si usa, ma come e perché la si usa. 
Naharin, con il linguaggio Gaga, destruttura il corpo dall’interno; Papaioannou lavora sull’immagine e sul mito con una sensibilità quasi installativa; Vandekeybus mette in scena l’urgenza fisica, il rischio, l’imprevedibilità. Qui la tecnica classica, quando presente, non è fine ma mezzo, spesso persino materiale da sabotare. Il problema che sollevo riguarda piuttosto l’uso della nomenclatura: nei concorsi e nei contesti televisivi, la categoria contemporaneo sembra spesso coincidere con un’estetica ibrida, ma ancora fortemente ancorata al virtuosismo accademico (punte, pirouettes, linee). 
Questo rischia di svuotare il termine del suo significato storico e critico, trasformandolo in una semplice etichetta stilistica.

Ma la danza contemporanea, in Europa, è anche – e forse soprattutto – altro: è ricerca, processo, relazione con il contesto sociale e politico. Compagnie come Tanz Mainz, Polish National Ballet o Scottish Dance Theatre (per citarne alcune) lavorano su pratiche che mettono in discussione il corpo, la scena, il rapporto con il pubblico. Qui la tecnica può anche essere invisibile, o radicalmente reinventata.

Forse, allora, la domanda giusta non è che cos’è la danza contemporanea?, ma quando la danza è contemporanea? È contemporanea quando riesce a interrogare il presente, quando non si limita a riprodurre forme ma le mette in crisi, quando il corpo diventa luogo di pensiero e non solo di esecuzione.

Non si tratta di condannare la tradizione – che resta un patrimonio fondamentale – ma di riconoscere che la contemporaneità non può essere ridotta a una somma di passi o a una categoria di concorso. È una pratica viva, in continuo mutamento, che chiede spazio, rischio e, soprattutto, libertà di ridefinirsi.

Questa non è una polemica, ma un invito a guardare, a nominare, e forse anche a danzare, con maggiore consapevolezza del nostro tempo.

Marco De Alteriis

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