Il teatro italiano non è morto, ma vive male. Fondi, distribuzione e pubblico il macello italiano.

variation+
leopoldo guadagno - ph karolina kuras

Il teatro italiano vive di soldi pubblici, come un eterno studente fuori corso: creativo, affascinante, ma incapace di mantenersi da solo, eppure basta attraversare un confine per accorgersi che altrove la stessa forma d’arte respira meglio. Non perfettamente, ma con più pubblico, più circolazione, più senso. La domanda quindi non è solo cosa non funzioni in Italia, ma perché in altri paesi europei il teatro, e soprattutto la danza contemporanea, sembrino stare molto meglio. In Italia il teatro è sostenuto in larga parte da fondi pubblici: il FUS che, insieme ai contributi territoriali erogati da Regioni e Comuni, permette a teatri, festival e compagnie di esistere e senza tutto ciò, gran parte del sistema si sgonfierebbe rapidamente. Il punto è che questo sostegno, invece di generare sviluppo, spesso produce immobilità, infatti in molte realtà si programma per mantenere equilibri di varia natura, non per allargare il pubblico e creare una realtà proficua che si riverbererebbe su tutto il settore: si tutela l’esistente più che rischiare sul futuro. In paesi come Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi il finanziamento pubblico esiste eccome, ma è legato a un’idea più dinamica: non solo sostenere, ma far circolare, esportare, far crescere gli artisti e il pubblico. In Italia il pubblico teatrale è presente, ma in maniera intermittente, ovvero va a teatro ogni tanto e spesso lo fa solo su titoli riconoscibili. In Francia, ad esempio, il teatro è vissuto come parte della vita quotidiana per tutte le fasce d'età, non un evento occasionale, ma un’abitudine culturale, lo stesso accade in Germania dove i teatri stabili funzionano come veri presidi cittadini: il pubblico li frequenta con continuità, quasi come una biblioteca o un cinema (e qui ci sarebbe da riflettere anche sul fatto che in Italia non si va più neanche nelle biblioteche e molto poco al cinema). La differenza non è solo culturale, è anche strategica: abbonamenti accessibili e diffusi, forte investimento a lungo termine in educazione del pubblico, comunicazione meno autoreferenziale, continuità nella programmazione. Il risultato? Platee più piene e, soprattutto, più curiose.

Se in Italia la danza contemporanea è spesso trattata come una presenza di rappresentanza nei cartelloni, in molti paesi europei è invece

nicolas grimaldi capitello,
leopoldo guadagno, francesco russo - ph karolina kuras
un pilastro dell’offerta culturale. In Belgio e nei Paesi Bassi la danza contemporanea è un marchio identitario: compagnie e coreografi vengono sostenuti nel lungo periodo, non solo a progetto ed esistono reti solide (reali collaborazioni per il reciproco supporto e non reti in cui annegare tese da qualcuno a scapito di qualcun altro) di residenze, coproduzioni e tournée internazionali. In Francia, i Centres Chorégraphiques Nationaux sono veri centri di produzione e diffusione, capaci di creare pubblico e sostenere artisti in modo strutturale, in Germania, la danza è spesso integrata nei teatri pubblici, con compagnie stabili e stagioni dedicate (realtà che non ha nulla a che vedere con il caos che vivono le compagnie italiane in tema di diritti, contratti stabili e continuità). Il risultato di un reale progetto e di una rete solida è evidente: più repliche, più circuitazione, maggiore visibilità internazionale, capacità progettuale, pubblico più abituato al linguaggio contemporaneo, frequentazione più assidua dei teatri. In Italia, la danza contemporanea resta spesso confinata a poche date, in spazi non sempre adeguati, con scarsa continuità e spesso con pochissimo pubblico per lo più costituito da addetti ai lavori che si sostengono reciprocamente. È difficile creare pubblico se il pubblico non sa quando e dove trovare la danza. Prima di normalizzare la comunicazione bisognerebbe passare per un lungo periodo di studio e indagine di settore e condurre campagne di comunicazione efficaci, approfondite, durature e progettuali che lentamente negli anni riescano ad essere incisive e a formare un pubblico di giovani fruitori generici, inesperti, curiosi. Lavoro che negli altri paesi europei elencati è cominciato negli anni '70 e non si è mai arrestato e che oggi più che mai dà i suoi frutti con teatri pieni e con una medesima presenza e forza per ogni forma di teatro. Anche il prezzo del biglietto ovviamente gioca un ruolo, pur non essendo decisivo. In Italia il costo medio del biglietto è relativamente accessibile, ma non basta a riempire le sale, anzi possiamo affermare che nei paesi dove il teatro funziona meglio, il pubblico è disposto a pagare anche di più, perché percepisce un valore chiaro, non solo dello spettacolo, ma dell’esperienza complessiva. Il problema italiano non è tanto il prezzo, quanto la percezione del teatro come qualcosa di distante, poco necessario e anacronistico. 

ph karolina kuras
La differenza più netta tra l'Italia e le altre realtà europee si vede nelle condizioni di lavoro degli artisti, proviamo a capirci un po' di più. In Italia, molte compagnie – soprattutto nella danza – vivono in una condizione di precarietà strutturale tra finanziamenti discontinui, cachet bassi, tournée brevi e poca stabilità. All’estero, pur senza essere un paradiso, il sistema è più solido e le compagnie possono contare su sostegni pluriennali, strutture produttive più organizzate, accesso a reti internazionali, maggiore riconoscimento professionale e sostegno economico dal proprio Governo in caso di ricerca, residenze artistiche, tournée. Non è solo una questione economica, ma di prospettiva: in Italia si sopravvive progetto per progetto e non sono rare le volte in cui un lavoro vede la luce con una sola replica per il debutto e nulla più. Altrove si costruiscono carriere.

nicolas grimaldi capitello - ph karolina kuras 

Alla fine, la differenza non sta nei soldi – che ci sono ovunque – ma in come vengono usati. Il teatro italiano non è in crisi perché riceve fondi pubblici, è in crisi perché quei fondi non sempre generano futuro, al contrario spesso danno luogo a scambi, corruzione, nepotismo, favoreggiamenti e finte spese di produzione. Basta dare un'occhiata ai Festival, alle vetrine, alle varie assegnazioni: il nulla sommerso di denaro pubblico e il valore che arranca e annaspa, perché non ha santi in paradiso. Ma chi spezzerà questa catena infame? Per quanto marcio c'è in giro è più facile che una giovane compagnia o un/a giovane coreografo/a scenda a compromessi piuttosto che riesca a far saltare il sistema. E chi lo denuncia? Viene lentamente fatto fuori...
Guardando all’Europa, la lezione è chiara: non basta finanziare, bisogna capire se questi finanziamenti davvero aiutano a costruire o se ci sia bisogno di altro, di costruire pubblico, come si è già scritto, accompagnare gli artisti, creare reti fruttuose, rischiare di più. La danza contemporanea in Italia potrebbe essere il motore di questo cambiamento: è già internazionale, già fluida, già pronta a stupire e risvegliare, è un'arte in grado di mostrare al pubblico – soprattutto quello più giovane – che lo spettacolo dal vivo è occasione di riflessione sì, di introspezione pure, di sforzo intellettivo, ma è anche e più di ogni cosa intrattenimento adrenalinico carico di contenuto estetico ed emotivo al contempo.

La Compagnia Cornelia porta in scena la denuncia

Lo spettacolo Variation + della compagnia Cornelia diretta da Nyko Piscopo andato in scena il 21 Aprile a Napoli al Teatro Nuovo in occasione della prima edizione dell'Open Fest - progetto del Teatro Pubblico Campano -  è resistenza danzata contro il declino del teatro, è un grido sordo davanti a un microfono spento. 

nyko piscopo - ph vincenzo cositore

È l'accusa rivolta a un sistema in cui si finisce per abituarsi al peggio: al doppio o triplo lavoro per andare via di casa, agli spettacoli in site specific con poco o nulla dal punto di vista di allestimento tecnico, all'ingresso gratuito, alle serate condivise. Si alternano i giorni in cui ci si sente speciali, fortunati, ispirati dall'arte a vivere una vita straordinaria e giorni in cui ci si sente degli sfigati che a stento possono pagare le bollette della luce.
La danza di Variation+ è corpi in movimento che cercano ascolto e ricordano che il teatro è uno degli ultimi luoghi in cui si vive davvero, in cui si scava dentro, in cui la riflessione e la problematizzazione sono d'obbligo, ma è anche luogo di bellezza, di talenti rari, di virtuosismo e intrattenimento. Il teatro posto di autenticità mediata dalla finzione, non morirà, state tranquilli, galleggerà, resisterà, ma continuerà ad ogni costo a vivere. Perché ci saranno sempre dei Nyko Piscopo a ricordarcene il valore e ci saranno sempre danzatori straordinari come quelli del team Cornelia a studiare, lavorare, creare, danzare per imporci, pena la morte, la bellezza. 

Manuela Barbato


Variation+

Coreografia Nyko Piscopo

Danzatori Nicolas Grimaldi Capitello, Leopoldo Guadagno, Francesco Russo, Giada Tibaldi

Costume design Leopoldo Guadagno

Musica Josh Knowles, Mariah Carey

Produzione Cornelia

Co-produzione ARB dance company

Supporto GCDancevents, Lam Dance Works, Art Garage, Officine San Carlo

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