NID Platform 2026: la geografia del possibile. E dell’eterno ritorno
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| l’immagine guida dell’edizione piemontese è dell’artista Cristian Chironi |
Quattordici proposte/spettacoli selezionati su 119 candidature formalmente ammissibili, quattro giornate di programmazione, quattro luoghi – Torino, Collegno, Moncalieri e Venaria Reale – una sezione di Open Studios con altri quattro progetti, due produzioni ospiti, panel internazionali, incontri, operatori italiani e stranieri e una macchina organizzativa che deve tenere insieme artisti, compagnie, programmatori, ospitalità, trasferimenti, esigenze tecniche, calendari e una quantità non trascurabile di incastri logistici: la decima edizione della NID Platform, in programma dall’1 al 4 settembre 2026, non è esattamente una di quelle iniziative che si possono mettere in piedi con un paio di telefonate e una buona dose di entusiasmo.
E questo va detto subito perché la tentazione, quando si guarda una piattaforma nazionale dalla comoda poltrona del commentatore, è quella di occuparsi soltanto dell’elenco dei selezionati dimenticando che dietro quell’elenco c’è un progetto ambizioso e complesso che richiede un lavoro di squadra enorme da parte del direttivo, della struttura organizzativa e di tutte le realtà coinvolte, un lavoro nel quale la parte visibile – gli spettacoli, gli incontri, i nomi sul programma – è soltanto la punta di un iceberg fatto di relazioni, negoziazioni, coordinamento, progettazione e responsabilità condivise. La NID, insomma, è una macchina importante e farla funzionare è già un’impresa. Poi però, naturalmente, c’è la questione più interessante: che cosa decide di mostrare questa macchina quando finalmente si mette in moto? Il titolo scelto per questa decima edizione è Coreografie del possibile e il possibile è una parola bellissima per una piattaforma/vetrina che nasce con l’obiettivo di promuovere e sostenere la produzione coreutica italiana più significativa, allargare e rinnovare il mercato e attivare un confronto sullo stato della giovane coreografia, sulle tendenze, sui linguaggi e sulle pratiche della danza contemporanea nel nostro Paese. La NID nasce nel 2012 e quella del 2026 è dunque la sua decima edizione, affidata quest’anno a Piemonte dal Vivo quale capofila e organizzatore, con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Piemonte. Possibile, dunque, ma anche qui sarebbe interessante capire quanto possibile e quanto, invece, già ampiamente effettivo da qualche anno, perché basta guardare i quattordici titoli della Programmazione per accorgersi che la NID 2026 mette certamente in campo generazioni diverse, linguaggi differenti e alcune presenze tutt’altro che scontate, ma continua anche a coltivare quella curiosa abitudine, tutta italiana, per cui alcuni nomi sembrano possedere una sorta di abbonamento morale alla rappresentanza della contemporaneità nazionale. Non è una questione di qualità e sarebbe persino banale sostenerlo, il problema che la sottoscritta mette sempre in evidenza è la ricorrenza.
Quando una piattaforma nasce per individuare la produzione più significativa del presente e insieme per dare spazio alla giovane coreografia, la domanda non può essere soltanto se gli artisti selezionati siano bravi, ma anche quale spazio rimanga a chi non è ancora stato riconosciuto dal sistema e soprattutto quanto una piattaforma nazionale debba limitarsi a confermare ciò che il sistema già conosce oppure assumersi il rischio di anticipare ciò che ancora non conosce. Altrimenti facciamo prima a chiamarlo Festival.
E qui la geografia aiuta.
NORD: dove la danza è sistema e il sistema, giustamente, si riconosce
Partiamo dal Nord, che continua a essere il grande territorio della strutturazione della danza italiana, quello dove si concentrano compagnie, centri di produzione, festival, residenze, circuiti e possibilità di coproduzione e dove quindi è più facile che un artista possa trasformare una buona idea in un percorso professionale lungo. Qui, secondo il criterio della sede e della matrice produttiva delle realtà che presentano i lavori, troviamo Francesca Pennini/CollettivO CineticO con Abracadabra (Ferrara), Nicola Galli/TIR Danza con Cosmorama (Modena), Michele Abbondanza e Antonella Bertoni con Epiphania. Mi rendo manifesta (Rovereto), Francesca Santamaria/CODEDUOMO ETS con Good vibes only (Tthe great effort) (Torino), Michela Lucenti/Balletto Civile con Le fenicie (La Spezia), Simona Bertozzi/Nexus Factory con Le palestriti (Bologna), Andrea Costanzo Martini/ZEBRA con Pas de cheval e Enrico Morelli/MM Contemporary Dance Company con Weirdo (Reggio Emilia). Otto lavori su quattordici, dunque, appartengono a un Nord che continua a rappresentare una parte molto consistente della geografia produttiva della danza italiana: è una fotografia piuttosto eloquente. Da una parte ci sono artisti e compagnie che rappresentano pezzi importanti della storia recente della danza contemporanea italiana, dall’altra percorsi più giovani che testimoniano una scena tutt’altro che immobile. Il punto, però, è che il sistema tende naturalmente a riprodurre se stesso: chi ha una struttura produce più facilmente, chi produce può circuitare, chi circuita accumula curriculum, chi accumula curriculum diventa riconoscibile e chi è riconoscibile diventa, inevitabilmente, una scelta più rassicurante. È una spirale perfettamente razionale e proprio per questo difficile da spezzare.
CENTRO: il regno della riconoscibilità
Spostandoci verso il Centro la questione diventa forse ancora più evidente. Troviamo Jacopo Jenna/KLm – Kinkaleri, Le Supplici, mk con Manifestus e Michele Di Stefano/KLm – Kinkaleri, Le Supplici, mk con Panoramic banana. Album degli abitanti del nuovo mondo. KLm è un raggruppamento che mette insieme Kinkaleri, Le Supplici e mk, con una forte matrice toscana, ma una rete produttiva nazionale. Sono nomi importanti, percorsi solidi, artisti che hanno contribuito in modo sostanziale alla definizione della scena contemporanea italiana e che quindi hanno tutte le ragioni per essere presenti (e qui evito del tutto il gusto personale), ma proprio per questo la questione si ripropone: quante volte deve essere selezionato un artista prima che smettiamo di considerarlo un artista da scoprire? Non esiste una soglia e sarebbe assurdo stabilirla per regolamento, perché un lavoro nuovo va valutato per quello che è e non per il numero di volte in cui il suo autore è comparso in una piattaforma, ma una commissione nazionale non seleziona soltanto gli spettacoli, seleziona visibilità e la visibilità, nella danza, significa programmazione, circuitazione, incontri, relazioni internazionali, possibilità produttive. Per questo la questione dei nomi ricorrenti non è una questione di antipatia verso i nomi ricorrenti, ma di distribuzione delle opportunità. È pur vero ch Nid dichiara di voler indicare e premiare anche le realtà più consolidate e valide, ma possibile che siano sempre le stesse?
SUD: il continente che arriva sempre dopo
Poi guardiamo a Sud. Qui la selezione comprende Francesco Marilungo/Körper – Centro Nazionale di Produzione della Danza con Cani lunari (Napoli), e Vito Leone Cassano/Eleina D. con Humanos (Castellana Grotte, Bari) sostenuta dai Teatri di Bari. Due presenze su quattordici. Ed è qui che la mappa smette di essere soltanto una curiosità statistica, perché il problema non è stabilire se il Sud debba avere più posti, non servono quote territoriali e sarebbe persino controproducente immaginare una NID che selezioni un certo numero di compagnie per ogni area del Paese come se stesse componendo una nazionale di calcio. Serve piuttosto una capacità sempre maggiore di intercettare quello che accade fuori dai luoghi in cui il sistema ha già imparato a guardare.
Körper, con sede a Napoli, è oggi Centro Nazionale di Produzione della Danza e ha una struttura dedicata alla produzione, alla formazione e al sostegno della giovane danza d’autore; Eleina D. lavora invece dalla Puglia e porta a Torino Humanos, coreografia di Vito Leone Cassano che intreccia danza contemporanea, physical theatre e performance aerea. Sono realtà che mostrano bene come il Sud non sia affatto un territorio privo di produzione, ma un territorio nel quale il rapporto tra produzione e possibilità di accesso ai grandi dispositivi nazionali resta una questione aperta nonostante l'alto profilo dei lavori prodotti e l'innegabile qualità dei linguaggi espressivi. Il rischio, altrimenti, è confondere la geografia della produzione con la geografia della qualità, quindi, se una piattaforma nazionale fotografa soprattutto ciò che è già inserito nelle reti nazionali e non intercetta davvero il nuovo, allora produce una fotografia impeccabile del sistema e insieme una fotografia incompleta del Paese.
C'è un piccolo dettaglio: Cani Lunari di Francesco Marilungo, che compare nella Programmazione 2026, è già una traiettoria ampiamente riconosciuta, visto che Party Girl era stato selezionato alla NID Platform 2021 e Stuporosa alla NID 2024, dove aveva anche ricevuto il premio UBU 2024 come miglior spettacolo di danza. Un artista può e deve continuare a crescere, cambiare, produrre lavori nuovi e meritare riconoscimento e sostegno, ma proprio perché la NID dispone di una memoria del proprio percorso, sarebbe interessante chiedersi se la sua funzione sia ancora quella di certificare la crescita di chi è già stato più volte selezionato e sostenuto o di aprire una finestra su chi ancora non ha avuto la possibilità di presentare il proprio lavoro?
ISOLE, o meglio la loro sostanziale assenza
Qui la questione è particolarmente interessante, perché la Sicilia compare attraverso Alessandra Cristiani e PinDoc, con Caduta la neve – da Sarah Moon, produzione di PinDoc sostenuta dal MiC e dalla Regione Siciliana e coprodotta da Teatro Akropolis e Triangolo Scaleno Teatro. PinDoc ha sede legale a Palermo e rappresenta quindi, in questa lettura, l’unica presenza direttamente riconducibile alle Isole nella Programmazione. PinDoc ha sede legale a Palermo e rappresenta quindi, adottando il criterio della sede dell'organismo produttore, l'unica presenza direttamente riconducibile alle Isole nella Programmazione. Una sola presenza su quattordici: un dato che, più che una sentenza, merita almeno una domanda.
E poi c’è il resto, che non è affatto “resto”
La NID 2026 non si esaurisce comunque nei quattordici spettacoli della Programmazione, ci sono gli Open Studios, quattro progetti che il bando concepisce come una particolare opportunità per compagnie di recente formazione, progetti coreografici in via di sviluppo, debutti e lavori alla ricerca di coproduttori e partner: NU di Virginia Spallarossa per Déjà Donné, Sognare – Fase Ram di Damiano Scavo per Scenario Pubblico – Compagnia Zappalà Danza, Special K di Davide Tagliavini per Compagnia Artemis Danza e Thanks, Ilaria di Filippo Buonamassa per ResExtensa Dance Company. Ci sono poi due produzioni ospiti, Breathing Room – Atlante dei respiri ricevuti di Salvo Lombardo/Chiasma e Il secondo paradosso di Zenone di Elisabetta Consonni/Amigdala ETS, oltre ai panel internazionali Ecosistemi della creazione, Dance Matters e Rigenerazione umana. È importante non confondere questi dispositivi. perché proprio gli Open Studios rappresentano una risposta, almeno nelle intenzioni progettuali, alla necessità di non limitare la piattaforma alla sola produzione già compiuta e consolidata. Il bando 2026 dichiara esplicitamente una particolare attenzione alle compagini di recente formazione e ai progetti in via di sviluppo, offrendo loro la possibilità di presentarsi davanti a una platea qualificata alla ricerca di coproduttori e partner. E in queste due righe che caratterizzano il bando degli Open Studios sta la vera anima della Nid: non può essere soltanto il luogo dove si entra quando si è già arrivati, ma il luogo dove qualcuno può cominciare ad arrivare.
Una macchina enorme, dunque. E proprio per questo criticabile
Riconoscere la complessità del progetto non significa sospendere il giudizio critico. Al contrario: più un progetto è importante, più vale la pena guardarlo con attenzione. La decima edizione è un progetto ambizioso non soltanto per la quantità di appuntamenti, ma per la sua natura stessa: una piattaforma nazionale deve contemporaneamente promuovere spettacoli, creare occasioni di incontro tra produzione e distribuzione, favorire l’internazionalizzazione, mettere in relazione artisti e operatori e costruire una fotografia attendibile di un settore che nel frattempo cambia velocemente. Una manifestazione di queste dimensioni non è il risultato della sola direzione artistica, né della sola struttura organizzativa, né della commissione che seleziona gli spettacoli: è un organismo complesso nel quale il risultato dipende dalla capacità di molte persone di lavorare insieme per mesi, spesso molto prima che il primo spettatore entri in sala. Il direttivo deve costruire una visione e contemporaneamente renderla praticabile, la struttura deve trasformare quella visione in una macchina funzionante, le compagnie devono adattarsi a tempi e spazi, i luoghi devono coordinarsi, gli operatori devono essere messi nelle condizioni di vedere e incontrare, gli ospiti internazionali devono essere accolti, i panel devono dialogare con il programma artistico. È una quantità di lavoro che sarebbe miope ignorare e che merita tutta la stima. Ma proprio per questo, proprio perché la macchina è grande e il progetto è importante, la critica diventa ancora più necessaria. Non per demolire la macchina, ma per chiedersi dove potrebbe andare.
Il paradosso del possibile
Il possibile, nella danza italiana, dovrebbe essere ciò che ancora non sappiamo bene come nominare, ciò che sta emergendo, ciò che magari non ha ancora una grande struttura alle spalle, ciò che non è ancora stato consacrato ma potrebbe diventarlo. Non dovrebbe essere soltanto il lavoro nuovo dell’artista che conosciamo già, perché il problema della danza italiana non è che manchino i nomi importanti, è che ce ne sono moltissimi altri che continuano a non diventarlo. Forse la domanda più interessante da rivolgere non è "perché avete scelto loro?" Ma "Chi avete avuto il coraggio di scegliere che noi ancora non conosciamo?" E la risposta potrebbe essere: "questo nome oggi non è ancora abbastanza riconoscibile, ma noi scommettiamo che domani potrebbe esserlo". La NID 2026 è una macchina ambiziosa, necessaria, complessa e costruita attraverso un lavoro di squadra che merita di essere riconosciuto, ma proprio perché è una macchina così importante, possiamo chiederle di più, qui non si contesta la presenza dei nomi affermati (sorvolando sul fatto che siano sempre gli stessi), ma la proporzione e la capacità della piattaforma di produrre vera scoperta. Perché alla fine una piattaforma non dovrebbe soltanto dirci dove siamo arrivati.
Dovrebbe provare a dirci dove stiamo andando.
Manuela Barbato
