 |
| teatro di dioniso - atene |
Il teatro non è sempre stato un luogo silenzioso con spettatori concentrati come lo vediamo oggi. Per gran parte della sua storia è stato rumoroso, vivace, caratterizzato da continue reazioni spontanee. Gli spettatori mangiavano, commentavano, ridevano ad alta voce, e poi fischiavano, si ribellavano a ciò che dicevano gli attori dando luogo a veri e proprio botta e risposta. Solo lentamente il teatro si è trasformato in uno spazio di ascolto, di riflessione e di cultura. La storia del teatro, quindi, non riguarda solo attori, autori e maestranze: riguarda anche il pubblico, il modo in cui le persone si siedono in sala, guardano la scena e partecipano allo spettacolo.
Oggi lo spettatore siede in religioso silenzio - o quasi -, ma qual è la storia del pubblico.
Il teatro occidentale nasce nell’antica Grecia, tra il VI e il V secolo a.C., durante le feste dedicate a Dioniso ad Atene. Non erano spettacoli per pochi intenditori: erano enormi eventi pubblici, quasi delle feste nazionali e il teatro di Dioniso poteva ospitare fino a quindicimila spettatori seduti sulle gradinate di pietra su cui si passavano intere giornate a guardare tragedie e commedie. Gli spettatori arrivavano presto, portavano cibo, discutevano tra loro e reagivano alle scene con entusiasmo. Quando venivano rappresentate le tragedie di Eschilo, Sofocle o Euripide, il pubblico si emozionava, arrivava a commuoversi e non rimaneva affatto in silenzio: la partecipazione era collettiva e decisamente intensa, le emozioni erano condivise ed esternate anche in maniera piuttosto appariscente e rumorosa. Nelle commedie di Aristofane il soggetto era molto spesso politico e la rappresentazione diventava un'occasione per criticare il potere e il governo della città. Il pubblico rideva, commentava, riconosceva i riferimenti, in un certo senso il teatro era una piazza dove la città rifletteva su se stessa. Il filosofo Aristotele, nel IV secolo a.C., osservò questo fenomeno e parlò di catarsi: secondo lui il pubblico, provando paura e pietà davanti alle tragedie, usciva dal teatro emotivamente purificato. Era già un modo per dire che lo spettatore non era lì solo per divertirsi, ma per vivere un’esperienza emotiva profonda. Dopo la caduta dell’Impero romano, il teatro scomparve quasi del tutto per secoli e nel Medioevo ricomparve in forme spesso legate alla religione con rappresentazioni che raccontavano episodi tratti dalla Bibbia e che avvenivano nelle piazze o davanti alle chiese. Gli spettatori si muovevano tra diverse scene, parlavano tra loro, commentavano gli attori, si può dire che il confine tra il pubblico e lo spettatore fosse talmente sottile che spesso gli abitanti della città partecipavano direttamente alla rappresentazione interloquendo con gli attori in un dialogo costante, ponendo domande o urlando risposte.
 |
| globe - londra |
Con il Rinascimento, tra Cinquecento e Seicento, il teatro tornò a essere un grande divertimento popolare. In Italia nacque la Commedia dell’Arte, con attori professionisti che improvvisavano sul palco. Personaggi come Arlecchino o Pantalone erano talmente famosi che il pubblico li riconosceva subito e non restava affatto passivo: rideva, gridava suggerimenti, reagiva alle battute. A volte nasceva un dialogo diretto con gli attori. In Inghilterra, nello stesso periodo, William Shakespeare scriveva opere come Amleto o Romeo e Giulietta e nei teatri londinesi come il Globe il pubblico era molto vario: i nobili sedevano nei posti migliori, mentre i cittadini comuni erano in piedi davanti al palco. Quelli più vicini alla scena non esitavano a commentare o prendere in giro gli attori se lo spettacolo non li convinceva.
Il Settecento illuminista: il teatro diventa uno specchio della società
Nel XVIII secolo qualcosa cambia. Le città crescono, nasce una borghesia urbana che frequenta teatri sempre più eleganti. È l’epoca dell’Illuminismo, quando filosofi e scrittori iniziano a pensare che il teatro possa educare il pubblico. Il filosofo francese Denis Diderot sostiene che il teatro dovrebbe raccontare la vita reale delle persone comuni, mentre in Germania Gotthold Ephraim Lessing immagina un teatro capace di formare cittadini più consapevoli. Anche in Italia avviene una piccola rivoluzione grazie a Carlo Goldoni che per primo scrive testi completi superando definitivamente la fase di un teatro d'improvvisazione e costruisce personaggi realistici: mercanti, servitori, nobili, giovani innamorati. È proprio con Goldoni che gli spettatori iniziano a riconoscere se stessi nelle storie rappresentate.
Il comportamento del pubblico cambia lentamente: le sale diventano più ordinate, si comincia a prestare più attenzione al testo e alla recitazione, il teatro non è più soltanto una festa rumorosa: diventa un luogo dove osservare la società e riflettere su di essa.
Nell’Ottocento: il pubblico diventa silenzioso
 |
| teatro di wagner - beyreuth |
È nell’Ottocento che nasce il teatro come lo conosciamo oggi. Le sale diventano più grandi, l’illuminazione cambia e si sviluppa una nuova idea di spettacolo. Una figura importante in questa trasformazione è Richard Wagner, compositore tedesco che non voleva che il pubblico si distraesse durante l’opera. Nel teatro che fece costruire a Bayreuth nel 1876 prese decisioni rivoluzionarie che contribuirono a creare un'atmosfera magica e immersiva: spense le luci della sala e nascose l’orchestra sotto il palco. Oggi sembra normale, ma all’epoca era una novità. In molti teatri infatti il pubblico parlava, si muoveva e spesso guardava più gli altri spettatori che lo spettacolo. Wagner voleva invece creare un’atmosfera quasi rituale, dove tutti fossero concentrati sulla scena e dove l'artista fosse il vero centro. Nello stesso secolo autori come Henrik Ibsen e Anton Čechov iniziarono a raccontare drammi molto più realistici: famiglie in crisi, sogni infranti, tensioni sociali. Ed ecco che il teatro moderno con il suo pubblico consapevole vede la luce: non si ride più soltanto, piuttosto a teatro si riflette sulla propria vita e sull'esistenza in generale.
Il Novecento: quando il pubblico diventa parte dello spettacolo
Nel Novecento il rapporto tra teatro e spettatore diventa un vero campo di sperimentazione. Molti registi e autori si chiedono: il pubblico deve solo guardare o deve anche pensare? Il drammaturgo tedesco Bertolt Brecht voleva evitare che gli spettatori si perdessero nella storia dimenticando la realtà e inventò tecniche come lo straniamento: cartelli, canzoni, commenti che interrompevano l’azione e costringevano il pubblico a riflettere. Il regista russo Konstantin Stanislavskij cercava un realismo profondo nella recitazione, capace di far credere al pubblico di assistere a una vera vita sulla scena, mentre più tardi registi come Jerzy Grotowski o Peter Brook hanno ridotto il teatro all’essenziale: pochi oggetti, pochi attori, ma un rapporto diretto e intenso con gli spettatori. In questi spettacoli il pubblico spesso si trova molto vicino agli attori, quasi dentro la scena.
Il teatro oggi: un incontro vivo tra scena e spettatori
Oggi il teatro continua a cambiare. Molti spettacoli cercano di coinvolgere direttamente il pubblico in una vera e propria interazione: gli spettatori possono muoversi nello spazio scenico, dialogare con gli attori o assistere a spettacoli in luoghi insoliti come fabbriche abbandonate, cortili o musei in cui la pièce diviene di volta in volta in site specific e quindi fluida e soggetta ad adattamenti in base al luogo in cui viene rappresentata. Il pubblico non è più soltanto un osservatore seduto al buio. In molti casi diventa parte dell’esperienza teatrale, dello spazio e della scena.
 |
| teatro bellini - napoli |
Se pensiamo al Teatro di oggi capiamo quanta strada sia stata fatta, quanto sia cambiato il pubblico e soprattutto, quanto quest'ultimo abbia compreso nel corso dei secoli l'importanza del lavoro dell'artista. L'opera teatrale, in qualunque forma si esprima, è in grado di avviare una riflessione profonda sull'esistenza umana e lo fa abbattendo qualsiasi barriera ed entrando prepotente nella mente e nello spirito anche dei più scettici. È pur vero che sia necessaria una certa predisposizione all'ascolto e alla riflessione, all'abbandono dei preconcetti e delle certezze granitiche per dar luogo alla catarsi di cui parlava Aristotele o alla riflessione intima di Brecht. Eppure una cosa non è cambiata dai tempi dell’antica Grecia: il teatro esiste solo quando attori e spettatori condividono lo stesso spazio e lo stesso momento, perché è proprio questo incontro vivo, questa contemporaneità nel tempo e nello spazio che, da oltre duemila anni, trasforma uno spettacolo in qualcosa di più di un semplice momento di intrattenimento: lo spettacolo dal vivo è un’esperienza culturale e umana condivisa che spalanca le porte alla riflessione, all'introspezione, alla presa di posizione e a un atteggiamento critico di fronte alla realtà che viviamo. Che si tratti di commedia, di tragedia, di performance o di musica ciò che più conta è la connessione quasi estatica che oggi esiste tra l'artista e il suo pubblico.
Manuela Barbato