Au revoir miroir. Lasciar andare il passato e vivere l'oggi.
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| ph flavia tartaglia |
Al Piccolo Bellini di Napoli è andato in scena uno spettacolo poetico e introspettivo, universalmente valido e profondamente intimo, uno spettacolo dalla incredibile drammaturgia così come non si vedeva da tempo. E i due coreografi, Paolo Mohovich e Cosimo Morleo hanno voluto dedicarlo al Teatro Sannazzaro e a tutti gli artisti coinvolti.
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| ph flavia tartaglia |
Cinque specchi si impadroniscono della scena, ma non riflettono: interrogano, tormentano, attraggono verso il passato distogliendo dal momento presente. Au revoir Miroir è un congedo leggero e a volte struggente dall’idea rassicurante dell’identità, un saluto elegante – e definitivo – a quella superficie lucida in cui fingiamo di riconoscerci e che invece non fa altro che metterci in crisi aprendo la strada a infiniti interrgativi, dubbi, "se" e "ma". Non è uno spettacolo che racconta una storia particolare, piuttosto racconta la storia di ognuno di noi per poi smontarla, frantumarla in riflessi mobili che bisogna lasciare andare, come se il teatro stesso fosse diventato una sala degli specchi in cui ogni immagine è vera e falsa nello stesso istante.
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| ph flavia tartaglia |
Mohovich e Morleo costruiscono una drammaturgia fatta di slittamenti: tra parola e corpo, tra gesto e pensiero, tra ciò che viene detto e ciò che sfugge. Tre declinazioni dell'amore accompagnano la protagonista - la cui danza è straordinariamente profonda e incessantemente dinamica -, il primo amore che promette fin da subito di generare sofferenza e ricordo indelebile, l'amore da attraversare che contribuisce alla costruzione del sé tra cadute e riprese e in fine l'amore incondizionato, quello libero da ogni infantile attaccamento, quello che nonostante tutto continua ad esistere. Il ritmo è brillante, mai decorativo, una partitura precisa che alterna leggerezza e vertigine, comicità sottile e improvvisi affondi filosofici.
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| ph flavia tartaglia |
Il linguaggio è poetico senza essere rarefatto e denso a tal punto da coinvolgere instancabilmente e senza posa lo spettatore. Le parole dei 5 attori (quattro uomini e una donna) sembrano danzare sul bordo del senso, come se cercassero costantemente di superare se stesse in un linguaggio poetico ed evocativo dei più profondi sentimenti umani. Ogni frase è un riflesso che non si accontenta di rimandare a un’immagine, ma tenta di incrinarla, di liberarsene di riportare al qui e ora. Ne nasce un teatro che non rappresenta il mondo, ma lo mette in crisi, lo espone alla sua stessa fragilità. E la fragilità più temibile qual è se non rimpiangere il passato e puntare tutto sul futuro? L'eterno viaggio alla ricerca della felicità - questo il sottotitolo - deve invece rendere liberi una volta e per tutte dalla malinconia e dal rimpanto così come dalle aspettative e dai progetti. La felicità, ci spiegano, è trattenere il ricordo di un passato lontano che ci ha resi ciò che siamo e rivolgersi con stupore al futuro come speranza, ma più di tutto è necessario fermarsi e rendersi davvero conto di tutto ciò che oggi siamo e che oggi abbiamo e per cui vale davvero la pena impiegare le nostre forze.
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| ph flavia tartaglia |
Anche la coreografia procede per fratture e deviazioni: i corpi non illustrano il testo, lo contraddicono, lo inseguono, lo sabotano. Il movimento è nervoso, spezzato, attraversato da una improvvisa velocità, che poi scivola, rallenta, cade. Come se i danzatori fossero costantemente in bilico tra controllo e perdita di equilibrio. C’è grande virtuosismo e una fisicità precisa, intelligente, che lavora sul dettaglio, sulla dolcezza come sulla ribellione.
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| ph flavia tartaglia |
Au revoir Miroir è, in fondo, un atto di disobbedienza percettiva: ci invita a smettere di guardarci per iniziare finalmente a vederci. È un addio allo specchio come strumento narcisistico di rimpianto e lamento e un benvenuto allo specchio come luogo di trasformazione, dove l’io si moltiplica, si ritrova si reinventa. Non c’è una verità da scoprire, ma un movimento da attraversare per ritrovarsi.
Quando lo spettacolo finisce, resta una sensazione strana e luminosa: quella di aver salutato qualcosa di familiare – la nostra immagine, le nostre paure, le nostre ansie – senza sapere bene cosa tornerà al suo posto. Forse niente. O forse, finalmente, qualcosa di vivo.
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| ph flavia tartaglia |
Manuela Barbato






